vorrei…

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Vorrei…
essere meno sincera e meno vera,
eviterei di sentirmi dire quanto sia “un libro aperto”

Non essere sempre accondiscendente e impormi più spesso

Essere meno impulsiva, in preda all’ira
riesco a contare solo fino a tre

Essere meno diffidente verso le persone
amare più me stessa
ed imparare ad accettarmi volendomi più bene.

Saper tornare sui miei passi ogni volta che penso di aver preso una direzione sbagliata,
invece proseguo testarda come un mulo

Non cercare negli altri approvazioni
ma essere sicura di me stessa

Sentirmi importante e non pensare che solo gli altri lo siano.

Non soffrire accorgendomi di avere riposto
la mia fiducia in mani sbagliate

Essere meno dinamica e più pigra,
Il tempo non mi basta mai..

Riuscire a dimenticare  le persone che mi hanno fatto soffrire
invece..
sono sempre lì..
in un angolo del mio cuore..

Chiacchiere attuali…

Finalmente il tempo ci ha concesso un fine settimana al mare

Stavo leggendo un libro sdraiata sul  lettino quando mi giungono le voci di due signore che stavano chiacchierando poco distante da me.

“Bello il tuo seno, è alto e pare molto naturale”

“Si sono molto soddisfatta del risultato, mi è costato un botto ma ne è valsa la pena”

“Il mio invece devo ritoccarlo perché non mi piace, mi sono rivolta a una clinica dove ho risparmiato ma ho imparato che a scanso di brutte sorprese non  bisogna  accontentarsi e guardare a spese”

“Si infatti bisogna affidarsi a un chirurgo estetico preparato, pensa che (!) lo stimo talmente tanto  che due settimane fa ho fatto un refresh e a fine estate vorrei fare l’addominoplastica certa che non mi deluderà ”

“Il refresh  l’ha fatto anche una mia amica ma secondo me le hanno gonfiato troppo le labbra”
“…………..”

Sono andate avanti un paio d’ore a parlare di botulino, liposuzioni, protesi, lifting  e chi più ne ha più ne metta.

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…Una volta sotto l’ombrellone si parlava di gossip !!!

Come cambiano i tempi..

 

 

Quella sera…

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Quella sera rientro in anticipo.
Salgo le scale con lentezza e intanto cerco nella borsa le chiavi di casa.
Le infilo nella serratura fino a sentire lo scatto e entro.
Mentre allungo la  mano  verso l’interruttore del corridoio le lampade delle scale si spengono.
Mi accorgo che c’ è una luce accesa da qualche parte, in fondo, che arriva dalla porta semichiusa della camera da letto.
In quel momento sento un suono strozzato, strano, di voce soffocata.
Quello che penso, l’unica cosa che penso senza legarla ad altro, è che non è il caso di accendere la luce.
Stranamente in quel momento non ho nessun segnale negativo, né sospetto, né malumore, né sorpresa.
Vado verso la luce lasciando perdere l’interruttore del corridoio.
La porta d’ingresso alle mie spalle resta aperta.

Mentre avanzo con passi lenti, mi rendo conto di poggiare a terra solo le punte.
Mi avvicino e dalla fessura della porta semichiusa la prima cosa che vedo sono gli occhi chiusi di lei, nuda, mentre inarca la schiena e continua a muovere la testa.
Il rapporto tra l’evidenza e la comprensione di ciò che vedo è , in me, confuso.
Sporgendo ancora un pò la testa vedo lui, il mio uomo, anzi i suoi capelli folti, anche lui nudo con il viso affondato fra le cosce di lei.
Mi ritraggo, un poco, per timore di incrociare i loro occhi come se fossi io quella fuori posto.

Cammino di nuovo sulle punte, nel corridoio.
Richiudo la porta d’ingresso con più delicatezza di quando ero entrata, meno di un minuto prima.

Soltanto due piani più in giù, esattamente tra il secondo e il primo, mentre metto il piede sullo scalino successivo, mi accorgo che sto scendendo le scale con quella stessa discrezione che ho avuto nel corridoio di casa.
E mi sento ridicola.

Arrivo in strada e mi siedo sulla prima panchina, poco distante.
La testa si è completamente svuotata, cerco di convincermi  che forse non era mai accaduto.
Mi ostino a tenerla vuota.

Mi alzo e cammino verso una strada abbastanza lontana,abbastanza per poter ricomporre un senso di normalità.
Mi  chiedo dove ho sbagliato ma nè il cuore nè la mente sanno rispondere, perchè risposta non c’è.

Ieri mi…

Ieri  mi sono recata in solaio per riporre scatoloni
Mentre ordinavo le miriadi di cose dimenticate nel corso degli anni ho trovato in una scatola il mio vecchio diario segreto.
Era esattamente come lo avevo lasciato, non era sgualcito e il suo lucchetto intatto, chiuso.
E’ stato il mio “amico silenzioso”  per tutti gli anni adolescenziali, a lui raccontavo le mie giornate, sfogavo le mie delusioni, condividevo le mie gioie.

Non ho forzato il lucchetto, non è nata in me la curiosità di tuffarmi in quegli anni, appartengono oramai al passato.
L’ho riposto esattamente dove l’ho trovato.

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Mentre scendevo le scale pensavo a come sono cambiati i tempi.
Oggi i ragazzi non scrivono in un diario ma sui social
È io non sono da meno.

Anni fa ho sentito l’esigenza  di aprire un  blog per immortalare i miei stati d’animo  condividendoli con tante persone.
Con mia grande sorpresa, dallo scambio di pensieri che si è creato, sono nate infinite riflessioni e come  dice “l4paola” (conoscente virtuale) si è rivelato meglio di una seduta dallo psicologo.

Ma per potermi esprimere liberamente sento la necessità di mantenere l’anonimato, per questo non inserisco foto personali e mai ho citato il mio nome.
Se così non fosse non riuscirei a liberare tutto ciò che alberga in me, per timore di essere giudicata da chi mi conosce realmente.
L’ imbarazzo mi porterebbe a non essere più motivata.

Capita lo stesso anche a voi?
Sino a che punto è importante celare l’identità in rete?

Ero intenta…

Ero intenta a guardare una vetrina quando mi sento chiamare alle spalle
Era un’amica che non vedevo da molto tempo e mentre l’ abbracciavo ho notato  il suo aspetto pensieroso, non sereno.

“Come stai, ti vedo preoccupata ”
“Mah capitano sempre delle cose strane ”

L’ho invitata a bere un caffè  in un bar poco distante e  sedute ad un tavolino mi racconta il suo disagio.
Ha una figlia quindicenne  gracile e timida con un problema grave.
Negli ultimi mesi è stata molestata per strada con insulti e a volte spintoni senza un motivo, da ragazzi considerati mezzi delinquenti del quartiere.
Qualche giorno fa invece  l’hanno circondata e  costretta a consegnare loro i soldi che aveva nel portamonete.
Lei è tornata a casa in lacrime.

” Non abbiamo saputo reagire capisci?”
“Ma perché non denunciate o affrontate i ragazzi” le ho consigliato
“Mio marito dice che è peggio  potrebbe avere altri problemi quando si trova per strada da sola”

Siccome l’episodio è accaduto all’uscita della scuola le ho consigliato di  fare presente l’accaduto al preside dell’ istituto.

“Sono andata a parlargli ma ha fatto finta di nulla, ha detto  che oramai circostanze  simili succedono tutti i giorni e c’è  ben poco da fare ”

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Ora mi domando e dico possibile che non si trovi il modo di fermare quattro bulli che fanno del male a ragazze docili e indifese?

È perché, consapevoli di non essere tutelati,  un genitore deve avere il timore  di denunciare per paura di ritorsioni?

Ma in che mondo viviamo ???

 

 

L ‘idea…

L’idea dello spegnersi del sole ha ossessionato la mia infanzia.
L’assenza di luce mi ha sempre spaventata e ancora oggi non ho vinto questa paura ma ho imparato a conviverci.
Ricordo da bambina che per abituarmi all’oscurità facevo delle prove di giorno: mi aggiravo per la casa a occhi chiusi, palpando le cose, sfiorandole per convincermi che, anche nel buio, continuassero a esistere.
Ma il buio che mi ero imposta era solo un mio buio, un buio che potevo interrompere in qualsiasi momento.

Nella lunga oscurità delle mie notti avevo cominciato a vedere degli scheletri.
Danzavano allegri intorno alla stanza usando le tende come un palcoscenico.
Apparivano, scomparivano, ridevano, facendo cigolare le mandibole e mi chiamavano.
Per mettere a tacere la mia ansia, la mia paura mia madre acconsentì di lasciare una luce accesa nel corridoio, che puntualmente veniva spenta quando finalmente il sonno si impadroniva di me.
“Ora sei grande la luce è bene non lasciarla accesa” borbottò una sera mio padre quando oramai ero adolescente.
Da allora cominciai a conoscere ogni minuto della notte, e ogni minuto aveva un suono, ogni istante aveva una forma di spavento diverso.
C’era la primissima notte, quella in cui i bambini erano già a letto ma gli adulti no.
Si sentiva la televisione o la radio o le liti dei vicini che provenivano dalle finestre spalancate.
Passavano ancora molte auto sulla strada provinciale e sul rombo dei motori si inseriva il suono delle campane della chiesa vicina.

Questa era la notte ancora possibile.
Ma poi c’era un confine invisibile.
Come gli attori di una commedia, uno dopo l’altro, i vicini di casa scomparivano nelle loro stanze, in strada non giravano più macchine e la televisione veniva spenta e l’unico rumore che udivo era quello che proveniva da dentro di me fatto di silenzio, di buio, di paura di affrontare la notte.

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Oggi ho mitigato questo senso di timore.
Nonostante tutto quando mi trovo a casa sola e vado a coricarmi ho sempre le orecchie aperte e sobbalzo nel letto per ogni piccolo rumore.

Una cosa che evito di fare e girare in auto in piena notte.
La mia paura costante è quella di rimanere in panne in una strada senza illuminazione e questo è un incubo che cerco di evitare

Una cosa che…

Una cosa che mi rifiuto di fare quotidianamente è quella di entrare nella stanza di mio figlio.
Ogni volta che lo facevo ne uscivo alterata.
Mi lasciavo dietro le spalle la solita scia di disordine e mi rovinavo la giornata.
La sera ripiegavo ordinatamente i suoi abiti, la mattina trovavo il tutto accumulato su una sedia sino a creare veri e propri covoni.
Quando gli ho fatto notare che era troppo disordinato mi ha sorriso dicendomi
“ Se fossi veramente disordinato non troverei le cose, ma dato che le trovo sempre, vuol dire che non lo sono. Non tutti gli ordini devono sottostare al rigore militare, alcuni sono ordini di fantasia”.

Il suo ordine di fantasia mi viene spesso incontro.
Per prima cosa devo fare attenzione a non inciampare nelle ciabatte, una vicina alla porta e una più indietro, come se le avesse tolte una dopo l’altra uscendo.
Per terra trovo un libro che stava leggendo la sera prima e sotto al letto i pantaloni del pigiama, sul comodino la tazzina del caffè, i cd fanno da cornice sul mobile accanto la finestra.
La cucina dopo che è passato lui pare un campo di battaglia: i resti della colazione ingombrano il tavolo, le briciole sulla tovaglia, il vaso della marmellata con il coperchio chiuso male, la tazza che continua a regnare fra le fette biscottate sparse sulla tovaglia.
Lui esce di casa ogni mattina dopo di me e quando rientro  spesso rimango sospesa dietro la porta con le chiavi in mano,  so bene cosa mi aspetta…pulire , riordinare  e ancora pulire.
Non sono serviti i rimproveri e le punizioni quando era bambino, nulla di nulla, è nato disordinato e mai cambierà.

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Una domanda mi sorge spontanea:
“Ordinati si nasce o si diventa?”

 

In compagnia di…

In compagnia di mia madre  mi reco al supermercato  e come sempre dopo aver parcheggiato l’auto estraggo dal portamonete cinquanta centesimi per donarli all’extracomunitario che si aggira fra le auto in cerca di elemosina.
“Almeno si rendessero utili visto e considerato che li paghiamo” ha borbottato mia madre contraria a quelle mance.
“Mamma ricordi quell’episodio a Bologna?” le ho risposto
“ Chi se lo dimentica siamo rimasti allibiti” e si è rassegnata.

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Era un’afosa giornata di agosto e ci recammo a fare visita ad un parente ricoverato all’ospedale Sant’Orsola di Bologna.
Solitamente è faticoso trovare parcheggio ma nei periodi estivi la città si svuota e quel giorno trovammo posto proprio all’ombra di un albero.
Non ci sembrava vero e contenta mi recai verso il parchimetro per fare il biglietto.
Stavo inserendo le monete quando si avvicina un mendicante chiedendomi degli spiccioli.
Per educazione gli regalo un euro e lui ringraziandomi si allontana dirigendosi verso  un signore proprietario di un auto parcheggiata proprio vicino la mia.

Mentre proseguivo verso l’ingresso dell’ospedale sentivo in  lontananza  le grida e gli insulti del signore verso il clochard .
Oramai sono circostanze che si ripetono spesso e non diedi importanza all’accaduto.

Qualche ora più tardi, quando ci recammo al parcheggio notammo che l’auto posteggiata accanto la mia, la stessa del signore che aveva inveito contro il mendicante, aveva una ruota a terra tagliata di netto.
Sgomenta controllai che la mia auto fosse a posto e mi guardai attorno per accertarmi se vi erano  persone nelle vicinanze  ma era tutto deserto, anche del barbone non c’era traccia.
Ho pensato che l’autore di quel gesto poco carino fosse il mendicante, mentirei se non lo ammettessi, ma non sono mai stata certa.

Tornando a casa pensavo al proprietario dell’auto, per risparmiare venti centesimi si è poi trovato a spenderne molto di più per sostituire il pneumatico

Oramai credo sia una questione di principio rifiutarsi di fare elemosina ma a scanso di equivoci qualche centesimo nel portamonete lo conservo sempre.

In azienda…

In azienda un dipendente mi chiede acconti che puntualmente scalo dal suo stipendio ogni mese.
Se una tempo erano episodi sporadici ultimamente capita spesso e al suo salario vengono mancare cifre importanti.
Conosco la sua situazione: una moglie e tre figli a carico ,un mutuo per la casa trentennale sulle spalle.

Sinceramente provo pena ogni volta che si presenta alla scrivania: occhi bassi, tono della voce tremolante,  il suo disagio l’avverto tutto.
Per alleggerire la situazione gli sorrido senza fare una grinza e non gli nego qualsiasi cifra richiesta.
Qualche volta l’ho avvisato che a fine mese gli sarebbe rimasto poco ma alzava le spalle e si allontanava come rassegnato.

Ovviamente davo per scontato che quei soldi anticipati fossero destinati a coprire spese familiari ma invece mi è stato riferito che lo vedono spesso al bar ad acquistare “Gratta e Vinci”

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Ora non so più come comportarmi, se continuare a esaudire le sue richieste o rifiutarmi sapendo dove spende tutti quei soldi.
Mi  sento complice della sua rovina.

Voi cosa fareste?