Mia figlia…

Mia figlia è stata rimandata: giudizio sospeso è scritto nell’elenco delle classi  appeso alla vetrata della scuola.
Matematica è sempre stata la materia che più l’ha impegnata ma nonostante tutto non è riuscita a recuperarla.
Mi sono subito adoperata per cercare  qualcuno disposto a darle ripetizioni.

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Ho trovato il suo annuncio nella bacheca in biblioteca:
– Alice impartisce lezioni di matematica per aiutarvi nei compiti o recupero debiti L’inserzione  che faceva al caso mio.
Fotografo il suo numero col cellulare, giusto per non perderlo.

La chiamo mentre salgo le scale, prima di entrare in ufficio.
Mi risponde subito, sembrava quasi che non stesse aspettando altro.
“Si certo, sono disponibile, se vuole passare con sua figlia possiamo metterci d’accordo su orari e argomenti da recuperare, abito al terzo piano, porta a destra vicino all’ascensore.
Due giorni fa ero a casa sua.
Alice abita sola, un monolocale pieno di foto e di stampe di quadri d’arte moderna. Presumo non  abbia un vero e proprio armadio,  i suoi vestiti sono appesi un pò ovunque. Una delle pareti è arancione, solare come lei.
Nell”aria si sentiva un odore dolcissimo di vaniglia che proveniva dalle candele profumate sparse qua e là per la stanza.
Ci siamo sentite subito a nostro agio in mezzo a tutto quel disordine e, senza troppe remore, mia figlia le ha raccontato della poca confidenza che ha sempre avuto con i numeri.

Ha sorriso.

“Capisco, credo sia capitato un po a tutti di inciapare in una materia e andare meglio in un’altra. Anche a me non piaceva matematica. Ho cominciato ad amarla quando frequentavo il liceo grazie a una prof molto attenta e brava, aveva capito che i numeri albergavano in me dovevo solo riuscire a metterli in ordine e trovare la loro logica..e così mi sono diplomata con il masimo dei voti.
Poi è iniziato il bello, per non dire il brutto, appena diplomata ho fatto una ventina di lavori per potermi pagare  l’università e ora eccomi qui: laureata e disoccupata.”
“Però non demordo”  ha puntualizzato  mentre invitava mia figlia a sedersi.

Le ho lasciate sole e mi sono avviata verso l’ascensore.
Mentre scendevo al piano terra e attendevo l’apertura della porta pensavo a tutti quei ragazzi che si ritrovano con una laurea chiusa  nel cassetto, non considerata da nessuno.
Anni di rinunce, impegno, notti in bianco passate sui libri, la tesi e poi quando pensi di essere arrivata ti accorgi che non è un traguardo ma un nuovo punto di partenza.
A disposizione un bagaglio di cultura non indifferente ma dopo l’ennesima  porta chiusa in faccia ti ritrovi con un pugno di illusioni infrante.
Vorresti mollare.
Ma deve emergere la positività e la voglia di farcela.
Proprio come Alice, fra il suo caos di panni sparsi e profumo di vaniglia conserva negli occhi la luce dell’ottimismo..la stessa che illuminerà il suo futuro.
Ne sono certa.

Lui è un amico e…

Lui è un amico e in certi casi non mi fido.
Spesso non prendo troppo in considerazione l’opinione di chi dice che faccio qualcosa “bene”, perchè penso sia un giudizio condizionato dall’affetto che ci unisce.
Allora ho cercato l’opinione di qualcuno che avesse fama d’essere esigente e ruvido: una persona che non conoscevo e a cui anzi, in passato, avevo fatto un mezzo sgarbo.
Se piace a lui, mi sono detta,  se asseconda la mia iniziativa, forse posso veramente  andare avanti.
Mi ha detto di continuare.
Non solo, mi ha guardato dentro e ha visto quello che neanche io sapevo che ci fosse.

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La mia personalità complessa (non lo nascondo) mi porta a pensare che talvolta è più semplice accettare critiche o pareri da persone con cui non si condivide nulla.
Non avendo alcun motivo di mentire, nessun  timore di ferire o premura di proteggere, il loro può essere solamente un giudizio mirato.

Proprio qualche giorno fa ne parlavo con una persona conosciuta in rete.
Chissà per quale motivo, anche in questo contesto,  i commenti  con critiche negative  lasciati in calce ai post vengono considerati più sinceri rispetto un complimento dettato  dal cuore.
Sono forse più costruttivi ?

Ero appena…

Ero appena scesa dall’auto quando incrocio una signora, indossava una minigonna mozzafiato.
Automaticamente ho collegato quell’abbigliamento alla seduzione.
Ho pensato cos’è ..come si manifesta?

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Ricordo che  mi piaceva un ragazzo molto ambito da molte compagne. Il mio cuore batteva forte per lui ma non ero certa di essere ricambiata.
Mi ero resa conto che sarebbe stato impossibile vincere la concorrenza sentimentale delle mie coetanee.
Un giorno tirai fuori una gonna che stava da tempo a prendere polvere nell’armadio.
Misi anche un paio di scarpe eleganti, che non erano le solite da ginnastica, e con calcolata freddezza indossai gli strumenti della normalità.
Varcai il portone di casa.

Entrai a scuola e per tutta la mattina non mi alzai dal banco, il rossore della vergogna imporporò per cinque ore le mie guance.
Non mi vergognavo delle mie gambe scoperte, o di quelle scarpe che stonavano con il contesto, ma di aver rinunciato alla parte più profonda della mia persona.

Appena tornata a casa mi strappai i vestiti di dosso, chiusi le scarpe in una scatola e mi promisi che mai più mi sarei arresa ad una realtà meschina come quella della seduzione.

Il ragazzo in questione lo conquistai ugualmente. Tempo dopo, camminando mano nella mano gli chiesi “mi hai visto quella volta con la gonna e quelle scarpe?”
“Oh sì…a dire il vero, così vestita, ho stentato a riconoscerti. ..non potevi essere tu”

Oggi  la seduzione non la vedo in una minigonna indossata, ma in un gesto, uno sguardo, nel modo di camminare, di parlare, di porsi e perché no…in un piatto cucinato con amore.

Stavo girando…

Stavo girando in bici in compagnia di mio nipote quando vede una locandina del circo.
“Zia mi ci porti?”

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Sin dalla prima infanzia il circo non mi è mai piaciuto molto, mi faceva piangere.
Ho sempre detestato vedere gli animali usati, creature umiliate dalla stupidità umana.
Tigri in bilico sugli sgabelli, ruggito e zampate tenute a bada dal sibilare della frusta. Tanta energia e  bellezza soltanto per saltare dentro a un cerchio infuocato.
E che dire degli elefanti.
La loro unica e veneranda saggezza ridotta a camminare in tondo con un pennacchio in testa, a posare una zampa sull’addestratore senza schiacciarlo.
Avrei voluto correre in mezzo alla  pista per abbracciarli.
Il sollievo arrivava con gli acrobati, i giocolieri, gli equilibristi.
Seguivo i piatti volare in aria, le camminate sul filo, il volteggiare dei corpi tra i trapezi senza mai respirare.
Ho trovato esemplare la capacità dell’uomo di perfezionarsi, di raggiungere attraverso il lavoro e lo sforzo, dimensioni apparentemente irraggiungibili.

Nei giorni seguenti oscillavo fra due sentimenti contrastanti, provavo pena per gli animali sfruttati e costretti a vivere in gabbie per il resto della loro vita e pensavo all’acrobata, con la sua volontà e desiderio di staccarsi da terra e volteggiare in aria senza peso e senza sforzo.
Piacerebbe anche a me essere sospesa per un attimo in questo stato di grazia.

” Se invece ti porto a Mirabilandia?”
” Sìììììììì!!!”

Ho paura…

“Ho paura, non me la sento…. se sbaglio tutto?”
Quante volte udiamo queste parole intorno a noi?
A me è capitato qualche settimana fa, in pizzeria.
Una donna  intorno ai quarant’anni, amica di amici, che sedeva  al mio tavolo diceva:
“Vorrei tanto avere un figlio” spiegava   “ma non mi sento pronta…”
(lungo sospiro)
“Per abituarmi alla responsabilità, avevo pensato di prendere un cane…
Ma.. (altro sospiro).. non mi sento pronta neppure per quello”.
“Più avanti..chissà…tanto le donne ora fanno figli sino ad una età più matura ”

Ho pensato che il suo istinto materno fosse andato in vacanza.
Sempre più spesso si tende a rimandare decisioni importanti per paura di non farcela.
Si sta immobili, non si rischia.
Si finisce per calibrare i passi tenendosi stretto tutto ciò che si ha.
Ma che senso ha?
Si attende solo che la vita passi.

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Cito queste parole:

Signore insegnami a intraprendere un nuovo inizio,
a rompere gli schemi di ieri,
a smettere di dire a me stesso
“non posso” quando posso,
“non sono” quando sono,
“sono bloccato”
quando sono totalmente libero.

Nachman di Braslav

Non ho avuto il…

Non ho avuto il coraggio di dire a Filippo, un collega, che ho visto casualmente Beatrice, la sua ex moglie.

Indossava un abito leggero, lungo sino alle caviglie, fra  le pieghe ho intravisto il pancione.

Era radiosa.

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Faccio un passo indietro, anzi due…

“Ho un problema  da risolvere a casa” mi disse  Filippo quel giorno.
“Devo assolutamente  assentarmi dal lavoro per due settimane”

Ricordo la mattina del suo rientro in ufficio, era seduto alla  scrivania con l’intenzione di riprendere in mano le pratiche lasciate in sospeso qualche settimana prima,  ma il suo sguardo era perso,  la testa altrove.

“Filippo. ..come stai?”.
“Come sto?..sto da schifo come avrai  saputo Beatrice mi ha lasciato . È venuto fuori che non posso avere figli e non è riuscita ad accettarlo”

“Avere un figlio era diventata la sua ossessione più grande e io non ero più una persona ai sui occhi, ma il mezzo per raggiungere il suo scopo”

“Certe notti si  svegliava di soprassalto e iniziava a singhiozzare, poi mi abbracciava come se non mi vedesse da anni e mi chiedeva scusa. Mi trascinava nel suo vortice di desideri diventato talmente pesante da assomigliare a un incubo.

“Dopo mesi  di controlli frustranti, analisi e attese, un dottore ci ha detto, senza girarci troppo intorno, che il problema ero io!”

“Una volta tornati a casa ha cercato di rassicurarmi, mi ha detto voglio te comunque, tutto il resto non conta, ma io sapevo di averla già persa”

“Infatti  mi ha lasciato”

Ha scelto la strada più facile Beatrice, forse l’unica davvero percorribile

E la promessa di matrimonio?
“Io, accolgo te Filippo, come mio sposo. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”

È proprio vero che niente è per sempre,nemmeno le storie d’amore più belle, forse soprattutto quelle.

Osservando…

Osservando le varie antenne che vibrano nell’aria ho pensato che l’uomo somiglia sempre più a una radio capace di sincronizzarsi soltanto su una banda di frequenza.

Succede un po’ la stessa cosa con le radioline: sebbene sul quadrante siano disegnate tutte le stazioni, in realtà muovendo il sintonizzatore riesci a riceverne non più di una o due, tutte le altre continuano a ronzare nell’aria.

Ho l’impressione che l’uso eccessivo della mente produca più o meno lo stesso effetto: di tutta la realtà che ci circonda si riesce a cogliere soltanto una parte ristretta.
E in questa parte, a volte, regna la confusione perché è tutta piena di parole, e le parole, il più delle volte, invece di condurci in qualche luogo più ampio ci fanno soltanto fare un girotondo.

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A volte mi aggiro per la casa muta e solitaria come un pesce nel suo vaso di cristallo, ma per distrazione lascio la televisione accesa per l’intero pomeriggio.
Anche se non la guardo il suo rumore mi segue per le stanze, e la sera, quando vado a letto sono più nervosa del solito, stento ad addormentarmi.

Mi accorgo che oramai sono talmente abituata a vivere nel rumore continuo, nel fracasso, che sono diventati una specie di droga, quando ci si è abituati non se ne può fare a meno, sentendomi appunto un pesce fuor d’acqua quando mi trovo nel silenzio.

Ieri sera..

Ieri sera un’amica mi ha mandato tramite WhatsApp questa immagine,  mentre si recava al supermercato.
Era allibita!

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Ho sorriso!
Ma a una persona che trova il tempo per pensare, scrivere e pure  andare ad attaccare un foglio del genere per strada cosa gli gira per la testa?

Stavo entrando…

Stavo entrando in un edificio quando  mi si avvicina una zingara.

Mi spaventano un po’ queste persone,  trovano sempre il modo di fregarti e metterti in difficoltà.
La nomade voleva che le porgessi la mano per predirmi il futuro.
In un primo momento ho pensato che in realtà voleva sfilarmi l’anello che avevo al dito.
Con fare deciso mi sono allontanata non prima di averle detto in modo risoluto “no grazie, buongiorno.”

Mentre varcavo il portone e salivo le scale per raggiungere l’ufficio pensavo ai grandi sogni che spesso facciamo, a volte con incredibile ottimismo.
Con la mente immaginiamo figli forti e saggi, disegniamo case accoglienti e serene, pensiamo  al nostro passaggio sulla terra come un qualcosa di speciale e siamo pieni di aspettative per il futuro.
Poi facciamo i conti con la realtà e se riusciamo a stare in piedi è già un miracolo.

Se sapessimo cosa ci aspetta saremmo più bravi a vivere?
Eviteremmo di ficcarci nei guai, di commettere errori, di dire cose di cui ci pentiremo?
Chissà!
Forse faremmo la cosa giusta, prenderemmo la decisione migliore, ma soprattutto non proveremmo quel fastidioso disagio tutte le volte che la vita ci sorprende.

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Quando decisi di recarmi da una cartomante non era un periodo sereno, mi sentivo morire dentro, vedevo tutto nero.
La considerai un’ottima idea.
Uscì da quella casa con in tasca un pugno di speranze, eccitata delle cose positive che si sarebbero avverate da lì a poco.
Mi sentivo leggera.

Oggi col senno di poi, quando ci ripenso, sorrido.

Sorrido perché ho pagato una persona capace di donarmi parole, le stesse che avevo bisogno di sentirmi dire in quel periodo della mia vita.
Aveva saputo riaccendere i motori della speranza, colorare le giornate,  ma nulla di quello che aveva previsto si era materializzato.

Per questo non lo rifarei.
Sapere cosa accadrà dopo, oggi o domani  la mia vita non avrebbe più lo stesso sapore, mi sentirei limitata, affronterei la giornata con la stessa cautela di quando si cammina sulle uova, quell’emozione tarderebbe ad arrivare

Preferisco inciampare.

Voi siete curiosi di sapere come sarà il vostro domani?

Sabato ho…

Sabato ho ritrovato una coppia di vecchi amici milanesi, compagni di tante giornate estive, cene in riva al mare, gite in barca, bagni al largo.
Di anno in anno, estate dopo estate,  abbiamo visto crescere i nostri figli, condiviso racconti, comunioni, cresime, compleanni  e anche lutti, insomma oramai ci conosciamo come se fossimo parenti.
Per loro questo  giorno di festa è stata una bella occasione per arieggiare la loro casa delle vacanze.
Mentre spalancavano le finestre, svuotavano il baule dell’auto e rifornivano il frigo, ho invitato la loro figlia, oramai ventenne, a fare una passeggiata in spiaggia, sulla battigia.

Lei, a differenza di mia figlia introversa e taciturna, è un fiume in piena.
Con slancio e orgoglio mi ha raccontato che finalmente ha scelto la facoltà che frequenterà all’università, mi ha parlato della sua squadra di pallavolo che non ha mai abbandonato nonostante i tanti impegni, dei suoi amici che sono gli stessi di sempre.
Alla mia domanda “ti sei fidanzata” il suo volto ha cambiato espressione, un velo di tristezza ha spento il suo sorriso.

“Sai..il mio primo appuntamento l’avevo sempre immaginato diverso. Pensavo che avrei potuto  parlarne con mia madre, che ne avremmo scherzato insieme , che ci avremmo fantasticato un po sù. Non credevo che mi sarei dovuta nascondere, che la gioia che adesso sembra invadere ogni parte di me avrebbe fatto a botte con il terrore di essere scoperta.
La mia prima uscita l’avevo sempre immaginata con un ragazzo. Un bravo ragazzo invece esco con Sofia, mi sento perdutamente innamorata di lei”

Vi confesso che alle sue parole una sensazione di disagio mi ha invasa.
Le mie gambe sono diventate improvvisamente molli,  mi sono aggrappata a un equilibrio che a stento ho trovato in me.
L’imbarazzo ha avuto il sopravvento, conferma che come molti non mi sento ancora pronta a comprendere certe unioni.

 

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“Un giorno mia madre l’ha scoperto, una sua amica le ha raccontato di avermi vista abbracciata a lei.
Stavo pranzando quando all’improvviso mi ha detto:
La ami? con gli occhi iniettati di sangue.
Non aveva senso continuare a mentire e quando le ho risposto di sì ha iniziato a beffeggiarmi.
La ama, ha ripetuto tra sè e sè per cinque o sei volte, poi ha iniziato a spalancare tutte le finestre e ha iniziato a urlare : la ama, avete capito tutti? Avete capito bene? la ama!
Quando è tornata in sè faceva ancora più paura e guardandomi negli occhi mi ha detto Fai in modo di non amarla più, allora!
Mi sono sentita una delinquente, quando la mia unica colpa è soltanto quella di provare a essere me stessa”

L’ascoltavo e a stento ho mantenuto un passo costante, dovevo apparire per nulla turbata, non doveva trasparire il mio disagio.
Guardavo oltre, lontano per evitare i suoi occhi, avevo il  timore che potesse leggere nei miei lo scompiglio che albergava in me.
Mentre avanzavo ho provato ad indossare i panni di sua madre, mi stavano perfetti.

Non è stato semplice trovare le parole  giuste per riportare il momento sui binari della normalità, fra lo stupore e lo sgomento sono riuscita a blaterare
“Oggi la famiglia è composta da solo amore…amore fra persone che non  necessariamente sono dello stesso sesso”
A dire il vero quelle parole sono servite più a convincere me che consolare lei.

La stessa sera mentre cenavo con tutta la mia famiglia ho osservato mia figlia mentre mangiava. Ho pensato se capitasse anche a me reagirei come sua madre?
Urlerei?
Forse mi blinderei in un mutismo senza fine, per avere tempo, metabolizzare, capire, accettare.

Sì l’accetterei…ogni genitore l’accetta, bisogna accettarlo,
ma istintivamente certe notizie  lasciano..come dire..sospesi!!

Finché capitano a persone che non si conoscono tutto è ammissibile, ma ascoltare certe parole da una ragazza che hai visto crescere e a cui si vuole bene come ad una figlia non è semplice.

Devo rimettere in discussione l’educazione ricevuta e il modello di famiglia che i miei genitori mi hanno illustrato sin da bambina, oggi i tempi sono diversi.
E mi sento di dire PER FORTUNA che lo sono!!