Finalmente…

Finalmente mi sono concessa una giornata in un centro benessere.
Una coccola che ho imparato a concedermi: mi rilassa e torno a casa rigenerata.
L’unica nota che stona è il mio continuo disagio ogni volta che entro in uno spogliatoio, una sorta di imbarazzo che  il tempo non ha saputo farmi superare.

Ricordo che da ragazzina quando entravo negli spogliatoi ero sempre l’ultima della fila, così potevo sedermi nell’unico posto che puntualmente rimaneva libero, quello più appartato lontano dagli armadietti.
Il mio intento era quello di isolarmi, quasi nascondermi.
Mi imbarazzava spogliarmi davanti le mie compagne, tutte prese ad osservare a vicenda i loro corpi che mutavano di giorno in giorno.
Mi vedevo con mille difetti, gambe troppo sottili, il seno appena accennato, un aspetto ancora acerbo, mentre le mie amiche erano dei veri fiori sbocciati.
Temevo di essere derisa e preferivo apparire trasparente.

Oggi amo il mio corpo ma quando mi reco in piscina o in palestra provo vergogna a togliermi il costume nello spogliatoio in presenza di altre persone.
Ci sono donne, invece, che fanno la doccia in piena libertà sentendosi a loro agio, proprio come se fossero dentro il box di casa.
Comportamento sempre appartenuto agli uomini, per come mi è stato raccontato non si sono mai fatti problemi di sorta esponendosi come mamma li ha fatti.
Io invece non ci riesco.
Attendo un momento dove sono certa di essere sola e l’accappatoio è a portata di mano pronto per essere indossato a tempo di record.

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Non ho mai capito se la mia è una forma di timidezza o pudore, sta di fatto che quando mi trovo in quelle circostanze, dinanzi una naturalezza di gesti che non mi appartengono, mi sento un pesce fuor d’acqua e la cosa mi fa stizza creandomi disagio, sentendomi diversa.

Voi con quale spirito vivete l’ambiente dello spogliatoio?

Me l’ha detto…

Me l’ha detto così…. di punto in bianco, con la sua solita calma apparente  senza lasciar trasparire la sua preoccupazione.
Fra una telefonata e l’altra.
“Tra due settimana mi operano al seno”
Stavo chiudendo una pratica e non sono più riuscita a concentrarmi, ho appoggiato la penna e l’ho guardata.
Mi sono alzata e avvicinata alla sua scrivania, senza proferire parola ho stretto le sue mani nelle mie.
Un gesto stupido…ma penso di averle tramesso tutta la mia vicinanza, il mio affetto perché in quel momento calde lacrime le hanno rigato il volto.

In quel preciso istante ho rivissuto attimi passati.
Un periodo dove la mia vita era “sospesa”.
Ho pensato alle notti in bianco, alla preoccupazione che non mi abbandonava,  preda della paura e dell’ansia di un esito che doveva arrivare.
Ed è arrivato.

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Quel giorno stava sbocciando la primavera e camminavo nei giardini fuori dell’ospedale, tra malati in vestaglia,dottori in camice bianco e parenti stanchi.
Ho costeggiato un’aiuola, ricordo di aver pensato di togliermi le scarpe, volevo percepire l’umidità pungente dei fili d’erba sulla pelle, mi sentivo leggera come i fiori d’acanto che spuntavano ai margini, sospesa anch’io fra foglie scure e brillanti.
Mi sono spinta sino al cancello, ho contato i cartelli pubblicitari e le macchine parcheggiate lungo il marciapiede.
Ho sostato davanti la normalità di quel pomeriggio come di fronte ad un mondo completamente nuovo.
Poi con il sorriso, mi sono avviata al parcheggio, sono salita in macchina e avviato il motore.
Non prima di aver ripiegato in una busta l’esito negativo del mio esame istologico.
La mia preghiera era stata esaudita e mille colori vivaci dipingevano, da quel momento in poi, la mia vita.
Mi sono sentita  fortunata!

I miei spazi..

Il miei spazi…
Solo la parola racchiude una sorta di beatitudine che mi fa sentire bene.
A dire il vero sono assai pochi i momenti che dedico a me stessa, piccoli ritagli di vita che mi concedo per ritrovarmi, per fare tutto quello che mi fa sentire in sintonia con la mia persona:leggo, scrivo, faccio lunghe passeggiate,mi dedico allo shopping o semplicemente dormo.
Troppo spesso per salvaguardare i propri spazi si fanno scelte egoiste che condizionano la vita.
E’ frequente sentire dire “Non facciamo ancora un figlio perché abbiamo bisogno dei nostri spazi”….”
“Non cambio lavoro perché dovrei fare a meno dei miei spazi”…”
“Non accetto un nuovo rapporto perché ho paura di perdere i miei spazi”

Gli spazi non sono altro che una dimensione dell’esistere priva di doveri.
Negli spazi c’è libertà e, proprio per questo, si possono riempire con tutto ciò che più ci aggrada: ballare, vedere gli amici, andare in palestra, seguire un corso di lingue.
Ci si può finalmente realizzare.

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Da adolescente di spazi ne avevo pure troppi, li riempivo di niente ed erano vuoti, come vuota appariva la mia vita.
Crescendo ho compreso che è bene ritagliare pochi momenti per noi dove ci adoperiamo, perché brevi, a riempirli del meglio e questo non esclude che si possa poi dedicarsi completamente alle persone che ci vivono accanto, al lavoro che svolgiamo con passione, alla vita di sempre.

La libertà non è tanto quella materiale, ma mentale, gli spazi servono per coltivare le proprie passioni, i propri desideri sapendoci dare un limite.
Spesso fare ciò che si vuole, in qualsiasi momento, si diventa schiavi e non padroni di se stessi.

Sabato..

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Sabato sera sono uscita a cena con Alice e Matteo: una coppia di amici.
È fino qui nulla da dire.
Stavo consultando il menù quando Alice inizia a fare un selfie con Matteo
Sorrido..

Fra una chiacchiera e l’altra arriva il cameriere con le pietanze, non fa in tempo ad appoggiare i piatti sulla tavola che Matteo inizia a fotografare ..poi lo sento borbottare “uffa non si carica”
Non ho dato molto peso al suo armeggiare con il cellulare oramai è cosa di ordinaria amministrazione.
Intanto si chiacchiera.. e si mangia.

Arriva la grigliata e Matteo ricomincia a fotografare il piatto. Uno scatto da sopra, di lato e mentre Alice prende la Fiorentina.
Stessa cosa coi dolci.

Resto perplessa

Mentre sto sorseggiando il caffè mi arriva un whatsapp di mia cognata.
” Buono il dolce ehhh..sei  a cena con Matteo e Alice??!!!”
^___+ Non potevo crederci.
Alla domanda come faceva a sapere tante informazioni in diretta mi risponde:
“Ho visto le foto che ha pubblicato Matteo su Facebook”

Ma la privacy?

Matteo ha pubblicato piatti, vino, tavola imbandita, ME sul suo profilo social e in un battibaleno  ha condiviso tutto con i suoi follower.
“Ma hai pubblicato foto e condiviso sui social tutta la cena?” ho chiesto a Matteo
“Oh sì…ho postato su Facebook e creato una storia su Instagram..guarda qui quanti  like e quanti commenti!!…”

Vabbè che non avevo nulla da nascondere ma è necessario rendere pubblico ogni cosa, in qualsiasi momento e in ogni dove? anche una semplice cena??